Ritornare a Pleasantville. Ogni qualvolta mi trovi a riflettere su un film da proporre ad una terza media riguardo all’orientamento, non posso che ritornare a
Pleasantville di Gary Ross, un film del 1998 che immagina l’ingresso fiabesco di due adolescenti degli anni Novanta nella fiction televisiva che dà il nome al film, e che rievoca gli Stati Uniti nella loro immagine più tradizionale di opulenza e benessere diffuso che si attribuisce agli anni Cinquanta del Novecento. Il mondo artefatto, perfetto, ovattato e conformista mostrato nella serie (del tutto simile a quello messo in scena a
The Truman show di Weir) viene sovvertito dall’irruzione dei due adolescenti, fratello e sorella, che si ritrovano catapultati nel ruolo dei due figli protagonisti della serie tv, quando a Pleasantville non vibrano i colori (ma solo gradazioni di grigio), esistono soltanto due strade, i libri hanno le pagine completamente bianche e la squadra di basket della scuola non sbaglia un tiro a canestro. I loro desideri risvegliano i colori di Pleasantville e dei suoi abitanti, gettando nello scompiglio la tranquillità conformistica della cittadina e l’ordine pubblico.
Ritornare a
Pleasantville significa incrociare temi molto importanti della storia (non soltanto americana) del Novecento, dell’educazione alla cittadinanza e all’uguaglianza, dell’importanza dell’educazione letteraria e della storia dell’arte.
Tra le innumerevoli sequenze degne di nota del film ne sceglierei due in particolare: quella in cui Ross rilegge in modo straordinario
Fahrenheit 451 di Ray Bradbury: di fronte ad una copia candida di “Le avventure di Huckleberry Finn”, le pagine del romanzo cominciano a popolarsi di parole grazie al ricordo del protagonista, che, attraverso la propria memoria, ridà letteralmente voce al libro, prima dimenticato. La sequenza può essere vista
qui.
Nella seconda, la voce pubblica, capendo il pericolo che si cela dietro la liberazione portata dalla cultura, mette al bando non soltanto i libri con roghi che ricordano tragiche pagine di storia, ma anche i “colored”, ovvero tutti gli abitanti che, nel corso del film, diventano colorati, avendo accettato dinamiche desiderative ed emozionali che finalmente cominciano ad vivere veramente: nel cartello “no colored” che appare nel film emerge anche la cultura discriminatorio dei dorati anni Cinquanta, ed in particolare l’aberrazione del Maccartismo.
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